giovedì 4 febbraio 2010

Crisi, in aumento del 305% i metalmeccanici colpiti

Con 108.537 lavoratori sospesi negli ultimi sei mesi e un incremento allarmante della cassa integrazione straordinaria, non si allenta la morsa della crisi sull’industria metalmeccanica lombarda. Nell’ultimo anno sono cresciute del 545% le aziende in difficoltà (8.366 nel 2009 contro le 1.298 del 2008) e del 305% il numero dei lavoratori coinvolti (246.326 contro i 60.800 del 2008). E’ quanto emerge dal 27° Rapporto semestrale dell’Osservatorio regionale sulla crisi e occupazione della Fim Lombardia, presentato oggi a Milano. Nel periodo 1° luglio-31 dicembre 2009 sono state interessate dalle crisi 3.954 aziende (contro le 4.412 del semestre precedente), con 147.729 addetti (174.605 precedenti), con un totale di 108.537 lavoratori direttamente colpiti dalla crisi (137.989 i precedenti). E’ solo apparente però la leggera flessione semestrale, perché invece il raffronto del 2009 rispetto al 2008 mostra la crisi in tutta la sua crudezza: sono cresciute del 545% le aziende in difficoltà, del 305% i lavoratori coinvolti. "Nel settore si continua a registrare una situazione molto preoccupante di fermo produttivo - afferma Nicola Alberta, segretario generale Fim Cisl Lombardia - di utilizzo diffuso della cassa integrazione e di accentuazione del rischio occupazione per migliaia di lavoratori". "I segnali di allarme del 2008 si sono purtroppo concretizzati in entità e generalizzazione ai diversi settori, manifestando oggi tutta la gravità della crisi - aggiunge -. Occorre difendere e rilanciare il sistema industriale, con politiche pubbliche di sostegno agli investimenti e all’accesso al credito, oltre a sostenere l’occupazione generalizzando i contratti di solidarietà e attuando politiche attive del lavoro e della riqualificazione".

Intesa con la Regione sul Buono per non autosufficienti

In arrivo un bonus di 1.300 euro per le famiglie che hanno un anziano o un disabile ricoverato in una struttura residenziale e percepiscano ammortizzatori sociali o abbiano figli minori a carico. E’ quanto prevede l’accordo raggiunto con la Regione da Cgil, Cisl, Uil e dai sindacati dei pensionati. Complessivamente, il Pirellone ha stanziato 17 milioni di euro e prevede di rispondere alla richiesta di 13-14mila famiglie. "E’ un accordo importante, il nono negli ultimi 18 mesi, che si inserisce in un’intensa stagione di intese con la Regione sul lavoro e sul reddito - ha sottolineato Gigi Petteni, segretario generale della Cisl Lombardia -. E' un passo molto positivo, stiamo costruendo pezzi di welfare lombardo, dove non c'è retorica ma risposte concrete". Soddisfatti anche i sindacati dei pensionati: "L’intesa afferma il principio della solidarietà intergenerazionale - sottolinea Attilio Rimoldi, segretario generale della Fnp Cisl Lombardia - e riconosce il fatto che per la non autosufficienza occorrono aiuti concreti". La domanda va presentata presso gli sportelli territoriali delle Asl dal 15 febbraio al 5 marzo.

giovedì 21 gennaio 2010

Nero speranza!


In partenza il Treno per Auschwitz di Cgil e Cisl Lombardia

Partirà dal binario 21 della stazione Centrale di Milano il treno per Auschwitz 2010, organizzato anche quest’anno da Cgil e Cisl Lombardia nell’ambito del Comitato “In treno per la memoria”. Quest’anno saranno 650 le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, i giovani, tra i quali 385 studenti provenienti da diverse scuole della regione, che prenderanno parte all’iniziativa. Insieme si recheranno nei campi di sterminio di Birkenau e Auschwitz, visiteranno Cracovia e condivideranno momenti di socializzazione della loro esperienza. L’edizione 2010 registra, per la prima volta, la presenza di 54 cittadini di nazionalità francese, grazie all’attività di cooperazione tra sindacati lombardi e del Rhone Alpes. Il viaggio, della durata di cinque giorni, dal 23 al 27 gennaio, prenderà il via alle 14.50 di sabato dalla stazione Centrale di Milano. Domenica 24 gennaio il treno arriverà a Cracovia. Lunedì 25 è prevista la visita guidata ad Auschwitz e a Birkenau (Auschwitz II), dove alle 16,30 si terrà la cerimonia al monumento internazionale. Il Centro Culturale Rotunda ospiterà nella serata uno spettacolo e martedì 26 gennaio, sempre a Cracovia, alle 9,30 si terrà un meeting dei partecipanti per condividere le ricerche, le esperienze e le testimonianze frutto del lavoro degli studenti. Alle 18 dello stesso giorno si partirà per il rientro in Italia, previsto per mercoledì 27 gennaio in giornata, sempre alla Stazione Centrale di Milano. Il viaggio nei luoghi della memoria è stato preparato da una serie di appuntamenti formativi con gli studenti delle scuole coinvolte, che hanno partecipato anche agli incontri "Il quadro complessivo delle deportazioni e delle persecuzioni", e ”Insegnare la Shoah. Il modello lombardo”.

sabato 16 gennaio 2010

Quote alunni: Cisl sollecita iniziative di integrazione

La questione "quote alunni stranieri" non può essere un’ulteriore variabile di una kermesse politica di basso profilo. È solo andando in profondità nell’analisi dei dati che diventa possibile pensare ad un complesso piano di servizi per l'accoglienza e l'integrazione più che fermarsi a fissare delle percentuali di iscrizione alle singole scuole. E’ quanto sostengono la Cisl Scuola e la Cisl Lombardia, invitando a tenere conto di alcune variabili nella realtà regionale: la presenza di ben 175 etnie, anche se gli studenti provenienti dal Marocco costituiscono il numero più elevato degli alunni frequentanti, immediatamente a seguire troviamo i ragazzi provenienti da Albania e dalla Romania; 12% è l’incidenza di alunni con cittadinanza non italiana, dal 17, 6% nella provincia di Mantova al 4,6% nella provincia di Sondrio; dall’alta percentuale di presenza nella scuola dell’infanzia (16% nella statale e il 9% nella non statale), si scende rispettivamente al 14% e al 2 o 1% nella scuola primaria e secondaria di primo grado, e ad un 8,3% nella scuola secondaria di secondo grado nella statale e al 2% nella non statale. Inoltre, nella scuola secondaria la presenza di alunni con cittadinanza non italiana è forte negli istituti professionali. "È solo andando in profondità nell’analisi dei dati - sottolinea Gigi Petteni, segretario generale della Cisl Lombardia - che diventa possibile pensare ad un complesso piano di servizi per l'accoglienza e l'integrazione più che fermarsi a fissare delle percentuali di iscrizione alle singole scuole". "La qualità si misura sul fare e sull’essere della scuola - aggiunge Silvio Colombini, segretario generale Cisl Scuola Lombardia - che, attraverso l’autonomia e la relazione con il territorio, è chiamata ad operare per favorire il successo formativo di tutti gli alunni".

tratto da www.lombardia.cisl.it

Crisi, Cisl lombarda: subito un forum con le parti sociali

Centomila posti di lavoro persi tra l’ottobre 2008 e l’ottobre 2009, altri 77mila a rischio nel 2010. La crisi in Lombardia sta incidendo con forza sull’occupazione. Il 4° trimestre appena concluso ha visto una stabilizzazione della cassa integrazione ordinaria con il ricorso a 54 milioni di ore, ma la straordinaria è schizzata da 27,8 milioni a 40 milioni di ore, a conferma del fatto che, stabilizzata la caduta della produzione, ora la recessione presenta il lato più strutturale e negativo nei suoi effetti sull’occupazione. Sono solo alcuni dei dati illustrati da Gigi Petteni in occasione della riunione dell’esecutivo della Cisl Lombardia svoltasi oggi presso la sede sindacale regionale di Sesto San Giovanni. La relazione non si è limitata a fotografare il difficile momento, ma è stata l’occasione per formulare alcune precise proposte su come affrontare la nuova e più complessa fase. "Gli ammortizzatori sociali e le intese regionali hanno funzionato bene, ma ora occorre passare ad altro. Ora il problema fondamentale è creare occasioni di lavoro - ha detto Petteni nella sua introduzione -. Dobbiamo attrezzarci per gestire un periodo più difficile, costruendo nuove politiche di sviluppo per le imprese e nuove politiche attive per chi ha perso il posto". "Per affrontare la nuova situazione ritengo che tocchi alle parti sociali costruire delle proposte di crescita e innovazione dell’industria manifatturiera, dei servizi, del turismo, della piccola e media impresa - ha detto il segretario generale della Cisl -. Per questo, proponiamo di dare vita insieme a un forum nel quale elaborare e mettere in campo una nostra idea di Lombardia del futuro, sulla base della quale aprire il confronto con le istituzioni".

tratto da www.lombardia.cisl.it

mercoledì 13 gennaio 2010

Don Luigi Ciotti e la «guerra» di Rosarno

«Libera», l'associazione nata per combattere le mafie, ha un ruolo importante, in questo pezzo di Calabria dominato (in larga parte) dalle famiglie dell'ndrangheta. «I miei ragazzi sono lì, queste persone vanno difese...».
Che fare, adesso?
«Posso dire che a Rosarno è sempre stata attiva una diffusa rete di solidarietà tra la popolazione locale e gli immigrati, le comunità cristiane e non solo. C'è una cultura molto radicata tra la gente, quella di offrire aiuto, in modo concreto...il cibo, i vestiti, il sostegno di ogni giorno. Ma ogni dettaglio dell'accoglienza, la gestione del circuito perverso delle "assunzioni", dei rifugi in cui queste persone in cerca di lavoro sono costrette a vivere è da sempre nelle mani della mafia. Il clima di violenza, la ribellione che ne è seguita, nascono da qui».
Anche le reazioni degli immigrati sono state violente.
«Dobbiamo dirlo nel modo più chiaro possibile, la violenza va sempre respinta, anche se chi la pratica, come in questa occasione, ha mille buone ragioni. Sì, hanno avuto una reazione esagerata ma ora bisogna tentare di capire. Le mafia che controlla il territorio sfrutta nel modo più crudele possibile gli immigrati. E lo fa con cinismo e con una spietata determinazione. E con il ricatto. Mi sembra che le istituzioni si stiano muovendo in modo corretto, offrendo anche garanzie e una prima forma di tutela. E' la direzione giusta, la repressione, da sola, non serve».
Maroni ha individuato nella clandestinità dei caporali della mafia per tenere sotto controllo i lavoratori-schiavi. E' d'accordo?
«Sì, perchè le menti criminali che gestiscono ogni minimo aspetto dello sfruttamento, sanno che gli stranieri irregolari non possono neanche tentare di ribellarsi. Sono senza documenti, senza nessuna tutela da parte dello Stato, la loro unica possibilità è quella di subire, e di lavorare, per paghe misere. Trattati peggio delle bestie, provocati sistematicamente, privi di dignità e di ogni elementare diritto. E' quasi inevitabile che situazioni di questo genere, alla fine, generino la violenza. Lo scontro in atto con la popolazione locale, con cui da anni s'era stabilito un buon rapporto, è solo la causa diretta del modo di gestire il lavoro da parte delle organizzazioni criminali».
Come intervenire?
«C'è una sola linea. Quella di liberare il territorio dalla criminalità organizzata, sradicare le attività gestite dagli esponenti delle famiglie dell'ndrangheta. Per farlo, è necessaria un'azione concorde di tutte le istituzioni dello Stato, non solo di segmenti isolati della società civile. Non è una guerra, questa, che si combatte una tantum, sull'onda emotiva di un fatto spiacevole o sanguinoso. L'eco della rivolta di Rosarno presto si spegnerà. Ecco. L'azione di contrasto deve proseguire senza arrestarsi, sino a quando non saranno spazzati via i caporali e chi li comanda».
I lavoratori stranieri, ultimo anello della catena. Come difenderli?
«Il racket, con loro, può esercitare il massimo livello di violenza e intimidazione. Anche la sparatoria che ha innescato la rivolta va considerata come un messaggio preciso, per intimidire chi non vuole rassegnarsi, chi tenta di ribellarsi ai soprusi. I lavoratori si spostano da un territorio all'altro, seguendo i cicli delle stagioni e delle raccolte. E per questo sono ancora più indifesi, veramente gli ultimi. Accettano ogni tipo di condizione, anche la più iniqua, pur di sopravvivere. Potranno liberarsi dalla mafia solo attraverso la bonifica di questi vasti territori. Distruggere il male alle radici. Togliere una volta per tutte alle cosche il controllo delle attività economiche. Altro non c'è».

di Massimo NUMA - La Stampa

mercoledì 6 gennaio 2010

Quelle pensioni cosi povere

Molti falsi poveri davanti al Fisco, troppi veri poveri nei libri paga dell’Inps. Puntualmente l’analisi delle dichiarazioni dei redditi ci rivela scomode verità, almeno per chi paga le tasse: gli italiani guadagnano poco, meno della media europea. Ma, se li mettiamo di fronte allo specchio dell’Inps, il ritratto è ancor più drammatico. Nel 2009 l’ente ha staccato 15 milioni e mezzo di assegni con un importo medio di 773 euro al mese. Per tredici mensilità fanno poco più di 10.000 euro. La stragrande maggioranza dei pensionati vive, quindi, con mille euro al mese. Forse meno. E se in casa ci sono due ex lavoratori si arriva a 2.000. Non c’è di che scialare.
Nel 2010 anche la scala mobile girerà lenta. L’inflazione zero ha congelato l’aumento: +0,7%. Le «minime» cresceranno di soli tre euro al mese. Ma le bollette, per fare un esempio, sono rincarate ben di più. Molti pensionati, per la prima volta dopo anni, dovranno anche restituire qualcosa all’Inps perché il costo della vita 2009 è stato inferiore alle previsioni. Un po’ si prende, un po’ si restituisce. E il mini aumento scema ancor di più.

Per decenni la questione previdenziale è stata affrontata dal lato della spesa pubblica. Un’impostazione doverosa, in un Paese che ha brevettato le pensioni di giovinezza. Vi ricordate i 19 anni sei mesi e un giorno dei dipendenti pubblici? O le rendite di anzianità svincolate da un’età minima (si staccava anche a 49 anni)?
Le ultime riforme stanno riportando in equilibrio i conti. E se è vero che i già pensionati sono stati in parte risparmiati, com’era giusto, è altrettanto vero che sono stati quasi completamente dimenticati. Forse è il caso di ridare loro almeno una parte dei risparmi che deriveranno dai nuovi coefficienti di calcolo delle rendite contributive. O dall’agganciamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita.
Dal 2002 ad oggi, a parte l’integrazione decisa dal secondo governo Berlusconi per portare il minimo a un milione di lire — beneficio toccato a una minoranza —, è stato fatto molto poco. Qualche una tantum e la quattordicesima del governo Prodi. Provvedimenti tampone legati al possesso di redditi minimi, da certificare con non pochi fastidi burocratici.

Anno dopo anno le pensioni hanno continuato a rivalutarsi solo grazie all’inflazione misurata dall’Istat, perché la perequazione agli stipendi è stata cancellata negli Anni 90. E così il loro potere di acquisto si è pian piano svilito. Un miglioramento potrebbe venire dall’annunciata, ma mai attuata, creazione di un paniere ad hoc per i pensionati, per tenere conto dei loro veri consumi. Anche le norme fiscali sono penalizzanti sul fronte degli oneri detraibili (le rendite basse non ne beneficiano). E se il coniuge supera con la pensione i 2.840 euro non è più a carico. E si perdono i relativi vantaggi.
Tanti poveri, molti evasori. Perché non cercare di riportare la bilancia in equilibrio? L’Italia nello specchio dell’Inps e del Fisco piacerebbe di più. A tutti.

di Massimo Fracaro da "Il Corriere della Sera" del 06 gennaio 2010

lunedì 4 gennaio 2010

Il futuro colorato di speranza

Il bilancio che ciascuno di noi fa sui dodici mesi trascorsi è sempre condizionato dalle aspettative che aveva nutrito nell'anno precedente e, specularmente, orienta le speranze per l'anno a venire, soprattutto quando ci veniamo a trovare alla fine di un decennio: allora attese e disillusioni si fanno più forti, quasi che il misurare il tempo in cifre tonde e simboliche - gli anni «zero» del terzo millennio - sia percepito con maggiore intensità e che le svolte impresse al corso della storia debbano assumere un carattere più marcato. Così, il dover constatare anche alla chiusura di quest'anno che ben poco è stato fatto per sanare situazioni negative nella convivenza umana, in ambito nazionale come a livello planetario, risulta fonte di particolare amarezza.
Non solo, sembra quasi che il protrarsi indefinito di profonde ferite inferte all'umanità e al creato finiscano per trasformarsi in ineluttabili calamità, cui si è fatta l'abitudine e che si derubricano a problemi cronici, non più degni di attenzione e di impegno. È il caso delle guerre e delle patenti violazioni dei diritti umani in certe aree del globo: i conflitti vengono dimenticati, le vittime ignorate, le sofferenze banalizzate, come se si trattasse di ciclici eventi naturali, analoghi all'alternarsi delle stagioni.
La crisi economica, per esempio, ha solo superficialmente scalfito la fiducia nell'autoregolamentazione del mercato globale, suggerendo al massimo alcuni accorgimenti per una maggiore vigilanza, mentre le ingiustizie di fondo che pervadono i rapporti produttivi e commerciali non sono state considerate degne di seria attenzione. Anche la mancanza di legalità o l'irrisione dello stato di diritto, il non rispetto delle minoranze e dei più deboli e indifesi, il diradarsi delle strutture di solidarietà e di integrazione sociale paiono ormai atteggiamenti passivamente acquisiti, la cui disumanità non interpella più le coscienze. A poco a poco ci si assuefa alla barbarie quotidiana, si rinuncia alla sana indignazione contro gli attentati portati alla dignità di ogni essere umano, si considera scontata l'impossibilità del dialogo civile, ci si rassegna a una sorda lotta di tutti contro tutti.
Eppure l'animo umano fatica a rinunciare alle aspettative di miglioramento, è portato a «sperare contro ogni speranza», soprattutto là dove percepisce che non è in gioco solo il mero interesse personale, ma il futuro delle generazioni che si affacciano oggi all'esistenza e di fronte alle quali saremo considerati responsabili: il desiderio di riconsegnare la società civile in condizioni migliori di quelle nelle quali ci è stata affidata da quanti ci hanno preceduto anima il cuore e l'intelligenza di ogni essere umano degno di tal nome. Per i cristiani, in particolare, cittadini come gli altri e solidali con loro nelle vicende quotidiane, questo desiderio assume anche i tratti dell'annuncio di verità in cui si crede: non dogmi astratti, ma convinzioni che muovono il pensare e l'operare. Allora non è utopia sperare che l'annuncio evangelico delle beatitudini, il disarmo di ogni inimicizia, il prendersi cura di chi è nel bisogno, il perdono per le offese ricevute possano trovare fecondo terreno di crescita non solo neicuori dei singoli, ma nel tessuto stesso dalla convivenza civile: queste speranze non sono il non-luogo dei nostri sogni, ma l'anelito insopprimibile che rende sopportabile anche un presente intristito nel suo ripiegarsi su se stesso.
Cesserà l'imbarbarimento dei rapporti quotidiani? Rinascerà la solidarietà tra le generazioni e le popolazioni della terra? Si concretizzerà la cura e la custodia per un creato affidato alla mano sapiente dell'uomo? I più deboli troveranno nei più forti sostegno e non oppressione? Le carestie, le guerre e le pandemie finiranno di essere considerate ineluttabili e verranno contrastate nelle loro cause e nei loro effetti? La pace ritroverà nel concreto della storia il suo significato di vita piena e ricca di senso? E ancora, crescerà il dialogo franco e autentico all'interno della chiesa e tra le chiese? Ci si aprirà all'ascolto dell'altro, al rispetto delle sue convinzioni, al discernimento delle sue attese, indipendentemente dal suo credere o meno? A questo dovremmo pensare quando ci scambiamo gli auguri: non a un gesto formale e scaramantico, ma a una promessa di impegno e a un'assunzione di responsabilità. Perché lo sguardo critico e sereno sul grigiore del passato è già apertura a un futuro colorato di speranza.

Enzo Bianchi da "la Stampa" del 24 dicembre 2009

giovedì 31 dicembre 2009

Esenzione 2010 ticket sanitari lavoratori lombardi colpiti dalla crisi

Regione Lombardia ha approvato il provvedimento che detta le Regole che disciplineranno la gestione del servizio sanitario nel 2010.
La bozza di provvedimento è stata preventivamente discussa nella “Consulta Regionale della Sanità”, cioè l’organismo in cui si svolge il confronto sui temi socio-sanitari tra la Regione e le parti sociali, sindacali, imprenditoriali e professionali in ambito di sanità e assistenza.
In quella sede, come Cisl, abbiamo proposto che venisse inserita nelle Regole 2010 l’esenzione dal pagamento del ticket sulle visite specialistiche e sugli esami per i lavoratori che perdono il posto di lavoro, posti in mobilità o in cassa integrazione a causa della crisi in atto, nonché per i loro familiari.
Siamo contenti di trasmettervi, in allegato, la nota della Direzione Generale Sanità di Regione Lombardia che, accogliendo la nostra richiesta, comunica l’esenzione dal ticket per il 2010 per i lavoratori di cui sopra e le loro famiglie.
Il provvedimento, mirato al periodo di crisi, non riguarda la cassa integrazione ordinaria, per la quale continua ad applicarsi la normativa ordinaria sulle esenzioni dal ticket, da sempre vigente, che richiede, oltre alla condizione di cassa integrazione ordinaria, anche il non superamento di un certo reddito nell’anno precedente.
Tale normativa per la cassa ordinaria, come detto, preesisteva alla crisi e continuerà ad essere ordinariamente applicata anche quando la crisi sarà superata.
Ai lavoratori licenziati, posti in mobilità o in cassa integrazione straordinaria, per tutto il 2010, basterà invece autocertificare la sopravvenuta condizione per ottenere l’esenzione per sé e per i familiari a carico.
Di seguito il link al testo del provvedimento in versione PDF: http://www.sanita.regione.lombardia.it/shared/ccurl/296/384/Esenzioni.PDF

domenica 27 dicembre 2009

Mutui, da febbraio scatta la sospensione delle rate per chi ha perso il lavoro o è in difficoltà

Rate sospese per 12 mesi per le famiglie in difficoltà in caso di perdita dell’occupazione, ingresso in cassa integrazione, o gravi problemi di salute. L'operazione scatta dal prossimo febbraio grazie ad un accordo firmato oggi tra l'Associazione bancaria e le associazioni dei consumatori, che da il via al "Piano Famiglie", al quale potranno aderire le singole banche su base volontaria.
I clienti interessati - La possibilità di sospendere per almeno un anno il pagamento delle rate riguarda una platea ben definita di mutui e mutuatari. Questa agevolazione è riconosciuta, infatti, solo per i mutui di importo fino a 150.000 euro accesi per l’acquisto, costruzione o ristrutturazione dell’abitazione principale e nei confronti dei clienti con un reddito imponibile fino a 40.000 euro annui che hanno subito dall'inzio di quest'anno o dovessero subire nel 2010 eventi particolarmente negativi sia suil fronte della perdiota di occupazione che su quello della salute.
In quali casi si può avere la sospensione - In base all'accordo è possibile chiedere di saltare le rate per i mutui a tasso fisso, variabile e misto, inclusi i mutui cartolarizzati, rinegoziati, per i quali è stata fatta la surroga e per i mutui accollati. La richiesta può essere presentata in caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, purchè non si tratti di risoluzione consensuale, di risoluzione per limiti di età con diritto a pensione di vecchiaia/anzianità, di licenziamento per giusta causa o di dimissioni. Diritto a sospendere i pagamenti anche in caso di cessazione dei rapporti di collaborazione e di Sospensione dal lavoro o riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno 30 giorni, anche in attesa dell’emanazione dei provvedimenti di autorizzazione dei trattamenti di sostegno del reddito (Cig; Cigs; altre misure di sostegno del reddito come gli ammortizzatori sociali in deroga; contratti di solidarietà). Infine la stessa possibilità è riconosciuta in caso di morte o di insorgenza di condizioni di non autosufficienza da parte del mutuatario.
Possibile saltare le rate anche se si è già in ritardo con i pagamenti - Potrà chiedere la sospensione del rimborso dei mutui anche chi è già oggi in ritardo con i pagamenti. Occorre, però, che il ritardo non sia superiore a sei mesi e che sia dovuto alla perdita del lavoro o ad una delle altre cause previste come motivazione per la sospensione delle rate. Anche è in ritardo oggi, potrà, quindi, presentare la domanda.
Quando saltare la rata non è ammesso - Ci sono però anche dei casi espressamente esclusi dal beneficio. L'esclusione riguarda innanzitutto i i mutui con rata fissa e durata variabile e quelli per i quali sia stata stipulata un’assicurazione a copertura del rischio di perdita di lavoro o invalidità, se l'assicurazione copre almeno gli importi delle rate oggetto della sospensione e sia efficace nel periodo di sospensione stesso. Esclusi anche i mutui con con ritardo nei pagamenti superiore a 180 giorni consecutivi al momento della presentazione della domanda da parte del mutuatario ovvero per i quali sia intervenuta la risoluzione del contratto stesso o sia stata avviata da terzi una procedura esecutiva sull’immobile ipotecato, e i mutui che fruiscono di agevolazioni pubbliche (contributi in conto interessi/capitale e provvista agevolata)
Come funzione la sospensione - E possibile richiedere la sospensione per almeno 12 mesi e per una sola volta. La sospensione non determina l’applicazione di interessi di mora per il periodo di sospensione né l’applicazione di alcuna commissione o spesa di istruttoria e avviene senza richiesta di garanzie aggiuntive. Sono possibili due opzioni: sospendere l'intera rata del mutuo, oppure solo il rimborso del capitale pagando comunque la quota interessi. Nel primo caso gli interessi maturati nel periodo di sospensione vengono rimborsati (senza applicazione di ulteriori interessi), a partire dal pagamento della prima rata successiva alla ripresa dell’ammortamento, con pagamenti periodici (aggiuntivi rispetto alle rate in scadenza e con pari periodicità) per una durata che sarà definita dalla banca sulla base degli elementi forniti dal mutuatario. Nel secondo caso dopo la sospensione si riprenderà a rimborsare il solo capitale.
Domande al via da febbraio - Per attivare la procedura occorre presentare un'apposita domanda, e la sospensione delle rate scatterà entro 45 giorni. I moduli saranno disponibili on line insieme all'elenco delle banche che decideranno di aderire all'iniziativa. La sospensione delle rate scatterà comunque non prima di febbraio. La lista delle banche aderenti verrà pubblicata nel sito internet dell’Abi (www.abi.it), dove si può grà trovare il facsimile del modulo di richiesta di sospensione. Il modello sarà inoltre distribuito presso le filiali delle banche aderenti. L’Abi e le associazioni dei consumatori hanno previsto di monitorare l’andamento dell’iniziativa nel corso del 2010 (almeno ogni sei mesi) per avere un quadro aggiornato e attualizzato della situazione.
Articolo tratto da "La Repubblica Affari e finanza" del 18 dicembre 2009 di Antonella Donati

mercoledì 23 dicembre 2009

Auguri...scomodi (Don Tonino Bello)

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali
e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce" dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge ", e scrutano l’aurora,
vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Don Tonino Bello

lunedì 21 dicembre 2009

Auguri di Beppe Farina - Segretario Generale FIM-CISL

La segreteria FIM-CISL di Sondrio si unisce agli auguri del segretario generale augurando a tutti un felice e sereno S.Natale.
Mirko Dolzadelli, Davide Fumagalli, Alessio Comalli

sabato 19 dicembre 2009

Crisi, aiuti per casa e salute ai cassintegrati

Dal 1 gennaio 2010, per un anno, anche i lavoratori in cassa integrazione straordinaria e i loro familiari a carico (oltre che i disoccupati e i lavoratori in mobilità) saranno esenti dal pagamento del ticket per esami e visite specialistiche ambulatoriali. Lo prevede un provvedimento della Regione che indica le "regole" per la gestione del servizio socio sanitario regionale per il 2010. Per chi ha perso il lavoro o è stato messo in mobilità dall'1 gennaio 2009 il Pirellone ha varato forme di sostegno anche per la casa. Chi ha un regolare contratto di affitto e un reddito Isee fino a 25mila euro, potrà avere da Regione Lombardia un contributo una tantum a fondo perduto di 1.500 euro. Il bando non sarà basato su una graduatoria, ma è invece “a sportello”. Le domande potranno essere presentate a partire dal 7 gennaio 2010, esclusivamente presso le sedi territoriali regionali, fino ad esaurimento delle risorse disponibili e liquidate sulla base dell'ordine cronologico di presentazione. A disposizione ci sono 8 milioni di euro.

Premio nobel 2009: il discorso di Obama a Oslo

Vostra maestà, vostra altezza reale, illustri membri del Comitato norvegese per il premio Nobel, cittadini americani e cittadini del mondo intero:
ricevo questo onorificenza con profonda gratitudine e grande umiltà. È un premio che parla alle nostre aspirazioni più alte, che ci dice che, pur con tutta la crudeltà e le difficoltà del nostro mondo, non siamo unicamente prigionieri del fato. Quello che facciamo conta, e possiamo piegare la storia nel senso della giustizia.
Ma sarei negligente se sorvolassi sulle forti polemiche che ha suscitato vostra generosa decisione. In parte queste polemiche nascono dal fatto che io sono all'inizio, e non al termine, delle mie fatiche. A confronto di alcuni dei giganti della storia che hanno ricevuto questo premio - Schweitzer e King, Marshall e Mandela - i miei successi sono poca cosa. E poi ci sono gli uomini e le donne in tutto il mondo che vengono incarcerati e picchiati perché cercano giustizia, ci sono quelli che lavorano duramente nelle organizzazioni umanitarie per alleviare le sofferenze, ci sono quei milioni senza nome che con i loro atti silenziosi di coraggio e di compassione sono di ispirazione anche per il più cinico degli individui. Non posso contestare le ragioni di chi sostiene che questi uomini e queste donne - alcuni noti, altri sconosciuti a chiunque tranne che a quelli che ricevono il loro aiuto - meritano questo riconoscimento molto più di quanto non lo meriti io.
Ma forse il problema maggiore è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre. Una di queste guerre sta lentamente esaurendosi. L'altra è un conflitto che l'America non ha cercato, un conflitto a cui prendono parte insieme a noi altri quarantatré Paesi, compresa la Norvegia, nel tentativo di difendere noi stessi e tutte le nazioni da ulteriori attacchi.
Ciò non toglie però che siamo in guerra e che io sono responsabile del dispiegamento sul fronte, in una terra lontana, di migliaia di giovani americani. Alcuni di loro uccideranno. Alcuni saranno uccisi. Per questo vengo qui con l'acuta consapevolezza di quale sia il costo di un conflitto armato, carico di difficili interrogativi sul rapporto fra guerra e pace e sui nostri sforzi per sostituire la prima con la seconda.
Non sono interrogativi nuovi. La guerra, in una forma o nell'altra, ha accompagnato l'uomo fin dalle origini. Agli albori della storia nessuno ne metteva in discussione la moralità: la guerra era semplicemente un fatto, come la siccità o la malattia; era il modo con cui le tribù e poi le civiltà cercavano di acquisire potere e risolvevano le loro divergenze.
Col tempo, mentre i codici giuridici cercavano di mettere sotto controllo la violenza all'interno dei gruppi, filosofi, uomini di chiesa e statisti cercavano di regolamentare la forza distruttiva della guerra. Emerse il concetto di "guerra giusta", che sottintendeva che la guerra è giustificata solo quando rispetta determinate condizioni: e cioè se viene mossa come ultima ratio o per autodifesa, se la forza usata è proporzionata e se, nei limiti del possibile, i civili vengono risparmiati dalle violenze.
Raramente nella storia si è vista una guerra che rispondesse al concetto di guerra giusta. La capacità degli esseri umani di inventare nuovi modi per ammazzarsi a vicenda si è rivelata inesauribile, al pari della nostra capacità di escludere dalla compassione chi ha un aspetto diverso o prega un Dio diverso. Le guerre fra eserciti hanno lasciato il posto alle guerre fra nazioni, guerre totali dove la distinzione fra combattenti e civili diventava meno netta. Nell'arco di trent'anni, per due volte questo continente è precipitato nel gorgo della carneficina. E benché sia difficile immaginare una causa più giusta della sconfitta del Terzo Reich e delle potenze dell'Asse, la seconda guerra mondiale fu un conflitto dove il numero complessivo delle vittime fra i civili superò quello dei soldati caduti.
Sulla scia di una distruzione tanto vasta, e con l'avvento dell'era nucleare, divenne chiaro sia ai vincitori che ai vinti che il mondo aveva bisogno di istituzioni che prevenissero un'altra guerra mondiale. E così, venticinque anni dopo la bocciatura da parte del Senato americano della Lega delle Nazioni (un'idea per la quale Woodrow Wilson vinse questo premio), l'America guidò il mondo alla costruzione di un'architettura per mantenere la pace: il piano Marshall e le Nazioni Unite, strumenti per regolare la guerra, trattati per difendere i diritti dell'uomo, impedire genocidi e limitare le armi più pericolose.
Sotto molti punti di vista, questi sforzi ebbero successo. Sì, sono state combattute guerre terribili e sono state commesse atrocità. Ma non c'è stata nessuna terza guerra mondiale. La guerra fredda si è conclusa con folle entusiaste che distruggevano un muro. I commerci hanno legato insieme gran parte del pianeta. Miliardi di individui sono usciti dalla povertà. Gli ideali di libertà, autodeterminazione, uguaglianza e Stato di diritto si sono fatti timidamente strada. Noi siamo gli eredi della forza d'animo e della lungimiranza delle generazioni passate, ed è un'eredità di cui il mio Paese va giustamente fiero.
Ora che è passato un decennio dall'inizio del nuovo secolo, questa vecchia architettura comincia a cedere sotto il peso di nuove minacce. Il mondo forse non trema più al pensiero di una guerra fra due superpotenze nucleari, ma la proliferazione delle armi nucleari rischia di rendere più probabile una catastrofe. Il terrorismo è un'arma tattica usata da molto tempo, ma la tecnologia moderna consente a pochi, piccoli uomini con una rabbia smisurata di assassinare un numero terrificante di innocenti.
Inoltre, le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all'interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine. Nelle guerre odierne vengono uccisi molti più civili che soldati: si gettano i semi di conflitti futuri, si devasta l'economia, si lacera la società civile, si accumulano i profughi e si lasciano segni indelebili sui bambini.
Non ho qui con me, oggi, una soluzione definitiva ai problemi della guerra. Quello che so è che per affrontare queste sfide servirà la stessa capacità di visione, lo stesso duro lavoro, la stessa perseveranza di quegli uomini e di quelle donne che alcuni decenni fa hanno agito con tanto coraggio. E servirà un ripensamento dei concetti della guerra giusta e degli imperativi di una pace giusta.
Dobbiamo partire della consapevolezza di una verità difficile da mandare giù: non riusciremo a sradicare il conflitto violento nel corso della nostra vita. Ci saranno occasioni in cui le nazioni, agendo individualmente o collettivamente, troveranno non solo necessario, ma moralmente giustificato l'uso della forza.
Dico questa cosa pensando a quello che disse anni fa, in questa stessa cerimonia, Martin Luther King: "La violenza non porta mai una pace permanente. Non risolve nessun problema della società, anzi ne crea di nuovi e più complicati". Io, che sono qui come conseguenza diretta dell'opera di una vita del reverendo King, sono la testimonianza vivente della forza morale della nonviolenza. Io so che non c'è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di ingenuo, nelle idee e nella vita di Gandhi e di Martin Luther King.
Ma in quanto capo di Stato che ha giurato di proteggere e difendere la mia nazione non posso lasciarmi guidare solo dai loro esempi. Devo affrontare il mondo così com'è e non posso rimanere inerte di fronte alle minacce contro il popolo americano. Perché una cosa dev'essere chiara: il male nel mondo esiste. Un movimento nonviolento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di al Qaeda a deporre le armi. Dire che a volte la forza è necessaria non è un'invocazione al cinismo, è un riconoscere la storia, le imperfezioni dell'uomo e i limiti della ragione.
Sollevo questo punto perché in molti Paesi oggi c'è una profonda ambivalenza sulle azioni militari, qualunque sia la causa che le muove. In certi casi, a questa ambivalenza si aggiunge una diffidenza istintiva nei confronti dell'America, l'unica superpotenza militare del pianeta.
Ma il mondo deve ricordarsi che non sono state solo le istituzioni internazionali, non sono stati solo i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità al pianeta dopo la fine della seconda guerra mondiale. A prescindere dagli errori che abbiamo commesso, il dato di fatto puro e semplice è questo: gli Stati Uniti d'America hanno contribuito per più di sessant'anni a proteggere la sicurezza globale, con il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostre armi. Lo spirito di servizio e di sacrificio dei nostri uomini e donne in uniforme ha promosso la pace e la prosperità, dalla Germania alla Corea, e ha consentito alla democrazia di insediarsi in luoghi come i Balcani. Abbiamo sopportato questo fardello non perché cerchiamo di imporre la nostra volontà. Lo abbiamo fatto per interesse illuminato, perché cerchiamo un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, e siamo convinti che la loro vita sarà migliore se altri figli e nipoti potranno vivere in libertà e prosperità.
Dunque sì, gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace. Ma questa verità deve coesistere con un'altra, e cioè che la guerra, per quanto giustificata possa essere, porterà sicuramente con sé tragedie umane. C'è gloria nel coraggio e nel sacrificio di un soldato, c'è l'espressione di una devozione per il proprio Paese, per la causa e per i commilitoni. Ma la guerra in sé non è mai gloriosa e non dobbiamo mai sbandierarla come tale.
La nostra sfida dunque consiste in parte nel riconciliare queste due verità apparentemente inconciliabili. La guerra a volte è necessaria e la guerra è, a un certo livello, espressione di sentimenti umani. Concretamente, dobbiamo indirizzare i nostri sforzi al compito che il presidente Kennedy invocava molto tempo fa. "Concentriamoci", diceva lui, "su una pace più pratica, più raggiungibile, basata non su un improvviso capovolgimento della natura umana, ma su una graduale evoluzione delle istituzioni umane".
Come dovrebbe essere questa evoluzione? Quali potrebbero essere queste misure pratiche?
Per cominciare, io sono convinto che tutte le nazioni, sia le nazioni forti che le nazioni deboli, devono aderire a dei parametri per regolare l'uso della forza. Io, come ogni capo di Stato, mi riservo il diritto di agire unilateralmente, se necessario, per difendere la mia nazione. Resto tuttavia convinto che aderire a delle regole sia qualcosa che dà maggior forza a chi lo fa e che isola - e indebolisce - chi non lo fa.
Il mondo si è stretto intorno all'America dopo gli attacchi dell'11 settembre e continua a sostenere i nostri sforzi in Afghanistan in virtù dell'orrore suscitato da quegli attacchi insensati e del principio riconosciuto dell'autodifesa. Allo stesso modo, il mondo ha riconosciuto la necessità di affrontare Saddam Hussein quando questi invase il Kuwait, un consenso che inviò un messaggio chiaro a tutti sul prezzo che devi pagare se vuoi compiere un'aggressione.
L'America non può pretendere che gli altri rispettino le regole della strada se lei si rifiuta di rispettarle. Perché quando non lo facciamo le nostre azioni appaiono arbitrarie e minano la legittimità di interventi futuri, non importa se giustificati o meno.
Questo diventa particolarmente importante quando lo scopo dell'azione militare va al di là dell'autodifesa o della difesa di una nazione da un aggressore. Tutti siamo alle prese sempre di più con difficili interrogativi su come impedire massacri di civili da parte del loro stesso governo, o su come fermare una guerra civile che rischia di risucchiare nelle violenze e nelle sofferenze un'intera regione.
Io sono convinto che l'uso della forza possa essere giustificato per ragioni umanitarie, come è stato nei Balcani o in altri posti segnati dalla guerra. Restare a guardare lacera la nostra coscienza e può condurre a interventi più costosi in un secondo momento. Ecco perché tutte le nazioni responsabili devono accettare il ruolo che possono giocare le forze armate, con un mandato chiaro, per il mantenimento della pace.
L'impegno dell'America nei confronti della sicurezza del mondo non verrà mai meno. Ma in un mondo dove le minacce sono più diffuse, e le missioni più complesse, l'America non può agire da sola. Questo vale per l'Afghanistan. Questo vale per Stati allo sbando come la Somalia, dove il terrorismo e la pirateria si accompagnano a fame e sofferenze. E purtroppo continuerà a valere ancora per anni a venire nelle regioni instabili.
I dirigenti e i soldati dei Paesi della Nato, e di altri Paesi amici e alleati, dimostrano questa verità attraverso la capacità e il coraggio di cui hanno dato prova in Afghanistan. Ma in molti Paesi c'è uno scollamento fra gli sforzi delle truppe e l'ambivalenza della cittadinanza. Io capisco i motivi dell'impopolarità della guerra. Ma so anche questo: pensare che la pace sia auspicabile di solito non basta per ottenere la pace. La pace richiede responsabilità. La pace comporta sacrificio. Ecco perché la Nato resta indispensabile. Ecco perché dobbiamo rafforzare le operazioni di peacekeeping dell'Onu e regionali, e non lasciare che siano pochi Paesi a farsene carico. Ecco perché rendiamo omaggio a chi ritorna a casa da operazioni di peacekeeping e addestramento, a Oslo e a Roma, a Ottawa e a Sydney, a Dacca e a Kigali: rendiamo omaggio a queste persone non come costruttori di guerra, ma come edificatori di pace.
Voglio dire un'ultima cosa sull'uso della forza. Anche quando prendiamo la difficile decisione di cominciare una guerra, dobbiamo pensare chiaramente a come questa guerra va combattuta. Il Comitato per il Nobel lo riconobbe assegnando il primo Nobel per la pace a Henry Dunant, il fondatore della Croce rossa e uno dei principali promotori delle Convenzioni di Ginevra.
Laddove è necessario usare la forza, abbiamo un interesse morale e strategico ad attenerci a determinate regole di comportamento. E anche quando affrontiamo un avversario crudele, che non rispetta nessuna regola, sono convinto che gli Stati Uniti debbano continuare a farsene portatori. È questo che ci rende diversi da coloro che combattiamo. È anche da qui che ricaviamo la nostra forza. È per questo che ho vietato la tortura. È per questo che ho ordinato la chiusura della prigione di Guantánamo. Ed è per questo che ho riaffermato l'impegno dell'America al rispetto delle Convenzioni di Ginevra. Perdiamo noi stessi quando scendiamo a compromessi proprio su quegli ideali che lottiamo per difendere. E onoriamo quegli ideali se li rispettiamo non soltanto quando è facile farlo, ma anche quando è difficile.
Ho parlato degli interrogativi che dobbiamo tenere presenti nel cuore e nella mente quando scegliamo di muovere guerra. Ma ora voglio soffermarmi sugli sforzi che possiamo fare per evitare scelte tanto tragiche, e voglio parlare di tre vie per costruire una pace giusta e duratura.
La prima riguarda l'approccio da adottare nei confronti di quelle nazioni che violano le regole e le leggi: sono convinto che dobbiamo sviluppare alternative alla violenza che siano sufficientemente efficaci da modificare i comportamenti, perché se vogliamo una pace duratura allora le parole della comunità internazionale devono avere un significato. Quei regimi che violano le regole devono essere chiamati a risponderne. Le sanzioni devono essere realmente incisive. All'intransigenza bisogna rispondere con un incremento della pressione, e una pressione di questo genere può esistere solo quando il mondo si presenta unito.
Un esempio urgente è lo sforzo per prevenire la diffusione delle armi nucleari e per arrivare a un mondo senza bombe atomiche. A metà del secolo scorso, le nazioni accettarono di essere vincolate da un trattato i cui termini sono chiari: tutti avranno accesso all'energia nucleare a scopi civili, chi non ha armi nucleari rinuncerà ad averle e chi ha armi nucleari si impegnerà a eliminarle. Io mi impegno perché questo trattato sia rispettato. È un punto centrale della mia politica estera e sto lavorando insieme al presidente russo Medvedev per ridurre gli arsenali nucleari in possesso dei nostri due Paesi.
Ma è dovere di tutti noi insistere perché nazioni come l'Iran e la Corea del Nord non giochino d'azzardo col sistema. Chi afferma di rispettare il diritto internazionale non può distogliere lo sguardo quando le sue regole vengono trasgredite apertamente. Chi ha a cuore la propria sicurezza non può ignorare il pericolo di una corsa agli armamenti in Medio Oriente o nell'Asia orientale. Chi cerca la pace non può restarsene inerte mentre altre nazioni si armano per una guerra nucleare.
Lo stesso principio si applica a chi viola il diritto internazionale per brutalizzare il proprio stesso popolo. Il genocidio nel Darfur, gli stupri sistematici nel Congo o la repressione in Birmania non possono rimanere senza conseguenze. E più saremo uniti, meno ci troveremo a dover scegliere fra l'intervento armato e la complicità nell'oppressione.
Questo mi conduce a un secondo punto: il tipo di pace che vogliamo. Perché la pace non è solamente l'assenza di conflitto aperto. Solo una pace giusta basata sui diritti intrinseci e sulla dignità di ogni individuo può essere veramente duratura.
Fu questa l'intuizione alla base della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, dopo la seconda guerra mondiale. Sulla scia delle devastazioni lasciate dal conflitto, quelle persone riconobbero che senza protezione dei diritti umani la pace è una promessa vuota.
Eppure troppo spesso queste parole vengono ignorate. In alcuni Paesi, il mancato rispetto dei diritti umani viene giustificato con la falsa tesi che questi princìpi sono figli dell'Occidente e che sono estranei alla cultura locale o a determinate fasi dello sviluppo di una nazione. E all'interno dell'America c'è da tempo tensione fra chi si autodefinisce realista e chi si autodefinisce idealista, una tensione che lascia intendere un'alternativa drastica fra il perseguimento meschino di interessi e una campagna infinita per imporre i nostri valori.
Io rifiuto questa scelta. Sono convinto che la pace è instabile laddove ai cittadini viene negato il diritto di parlare liberamente o di venerare il dio che preferiscono, di scegliere i propri leader o di riunirsi senza pericolo. Il risentimento represso si inasprisce, e la repressione dell'identità tribale o religiosa può produrre violenza. Noi sappiamo che è vero anche il contrario. Solo quando è diventata libera l'Europa ha finalmente trovato la pace. L'America non ha mai combattuto una guerra contro un Paese democratico e i nostri amici più stretti sono governi che proteggono i diritti dei loro cittadini. Negare le aspirazioni degli esseri umani non è nell'interesse dell'America (e nemmeno del mondo), per quanto cinica e ristretta possa essere la definizione di interesse che viene adottata.
Quindi, pur rispettando la cultura specifica e le tradizioni dei diversi Paesi, l'America spezzerà sempre una lancia in favore di quelle aspirazioni che sono universali. Daremo testimonianza della silenziosa dignità di riformatori come Aung San Suu Kyi, del coraggio degli abitanti dello Zimbabwe che vanno a votare nonostante i pestaggi, delle centinaia di migliaia di persone che hanno sfilato silenziosamente per le strade dell'Iran. È significativo che i leader di questi governi temano più le aspirazioni del loro stesso popolo che il potere di un'altra nazione. Ed è dovere di tutti i popoli liberi e di tutte le nazioni libere far capire a questi movimenti che la speranza e la storia sono dalla loro parte.
Voglio dire anche un'altra cosa: promuovere i diritti umani non può voler dire limitarsi all'esortazione. A volte questa va affiancata da una scrupolosa azione diplomatica. Lo so che trattare con regimi repressivi non consente l'appagante purezza dell'indignazione. Ma so anche che le sanzioni senza la sensibilizzazione - e la condanna senza dialogo - possono produrre un immobilismo disastroso. Nessun regime repressivo sceglierà di percorrere una strada nuova se non gli si lascerà una porta aperta.
Di fronte agli orrori della Rivoluzione Culturale, l'incontro di Nixon con Mao appare imperdonabile, eppure sicuramente quell'incontro ha contribuito a spingere la Cina lungo una strada che ha consentito a milioni di suoi cittadini di uscire dalla povertà e di entrare in contatto con le società aperte. Il dialogo di papa Giovanni Paolo II con il regime polacco ha creato spazi non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per leader sindacali come Lech Walesa. Gli sforzi di Ronald Reagan per la riduzione degli armamenti e l'appoggio alla perestrojka non servirono solo a migliorare i rapporti con l'Unione Sovietica, ma diedero più forza ai dissidenti in tutta l'Europa orientale. Non c'è una formula unica. Dobbiamo fare del nostro meglio per bilanciare isolamento e dialogo, pressioni e incentivi, per favorire il progresso nel tempo dei diritti umani e della dignità.
In terzo luogo, una pace giusta non include solo i diritti civili e politici, deve includere la sicurezza economica e l'opportunità. Perché pace giusta non vuol dire solo libertà dalla paura, ma libertà dal bisogno.
È indubbiamente vero che raramente c'è sviluppo stabile senza sicurezza; è vero anche che la sicurezza non esiste laddove gli esseri umani non hanno accesso a cibo a sufficienza, o all'acqua pulita, o alle medicine di cui hanno bisogno per sopravvivere. Non esiste laddove i bambini non possono aspirare a un'istruzione decente o a un lavoro che permetta di mantenere una famiglia. L'assenza di speranza può corrodere una società dell'interno.
Ecco perché aiutare i contadini a dare da mangiare alla loro famiglia, o aiutare le nazioni a dare un'istruzione ai loro figli e a curare i malati, non è pura e semplice carità. Ecco anche perché il mondo deve unirsi per combattere i cambiamenti climatici. Quasi tutti gli scienziati concordano che se non faremo nulla ci troveremo a fare i conti con altre siccità, altre carestie e altre migrazioni di massa, che alimenteranno altri conflitti per decenni. Per questo non sono solo gli scienziati e gli ambientalisti a chiedere un'azione pronta e decisa, sono i vertici delle forze armate nel mio Paese e in altri Paesi, che capiscono che in palio c'è la sicurezza di tutti.
Accordi fra nazioni. Istituzioni forti. Difesa dei diritti umani. Investimenti nello sviluppo. Sono tutti ingredienti fondamentali per realizzare quell'evoluzione di cui parlava Kennedy. Ma io sono convinto che non avremo la volontà, o la perseveranza, di portare a termine questo compito senza qualcosa di più, e questo qualcosa è l'espansione costante della nostra immaginazione morale, la convinzione che c'è qualcosa di irriducibile che ci accomuna tutti.
Man mano che il mondo diventa più piccolo, dovrebbe diventare più facile per gli esseri umani riconoscere quanto siamo simili, capire che fondamentalmente vogliamo tutti le stesse cose, che speriamo tutti di avere la possibilità di vivere le nostre vite in modo più o meno felice e realizzato, per noi stessi e per le nostre famiglie.
Ma considerando il ritmo forsennato della globalizzazione e il livellamento culturale che porta la modernità, non c'è da sorprendersi che la gente abbia paura di perdere quello che più ama delle proprie identità specifiche, la razza, la tribù e, forse più forte di tutte, la religione. In alcune zone questa paura ha scatenato dei conflitti. A volte sembra addirittura che stiamo facendo dei passi indietro. Lo abbiamo visto in Medio Oriente, con il conflitto fra arabi ed ebrei che sembra inasprirsi. Lo abbiamo visto in nazioni lacerate dalle divisioni tribali.
La cosa più pericolosa è che lo vediamo nel modo in cui viene usata la religione per giustificare l'omicidio di innocenti da parte di chi distorce e svilisce la grande religione islamica, quelli che hanno attaccato il mio Paese dall'Afghanistan. Questi estremisti non sono i primi a uccidere nel nome di Dio: le atrocità delle Crociate sono ben note. Ma ci ricordano che nessuna guerra santa può essere una guerra giusta. Perché se credi veramente di stare eseguendo il volere divino, allora non hai necessità di mostrare alcun ritegno, non hai necessità di risparmiare la donna incinta, o il medico, o addirittura una persona della tua stessa fede. Una visione tanto distorta della religione non è solo incompatibile con il concetto di pace, ma anche con lo scopo della fede, perché l'unica regola fondamentale di ogni religione importante è fare agli altri quello che vorremmo che gli altri facessero a noi.
Rispettare questa legge d'amore è da sempre lo sforzo fondamentale della natura umana. Siamo fallibili. Commettiamo errori e cadiamo vittime delle tentazioni dell'orgoglio, del potere, e talvolta del male. Anche quelli fra noi che sono animati dalle migliori intenzioni possono non mettere riparo a un torto che viene commesso di fronte a loro.
Ma non abbiamo bisogno di pensare che la natura umana sia perfetta per continuare a credere che la condizione umana possa essere perfezionata. Non dobbiamo vivere in un mondo idealizzato per continuare a perseguire quegli ideali che lo renderanno un posto migliore. La nonviolenza praticata da uomini come Gandhi e come Masrtin Luther King forse non è pratica o non è possibile in tutte le circostanze, ma l'amore che loro hanno predicato, la loro fede nel progresso dell'umanità dev'essere sempre la stella polare che ci guida nel nostro viaggio.
Perché se perdiamo questa fede, se la liquidiamo come qualcosa di stupido o ingenuo, se la separiamo dalle decisioni che prendiamo sulla guerra e sulla pace, allora perdiamo quello che c'è di migliore nell'umanità. Perdiamo il nostro senso di possibilità. Perdiamo la nostra bussola morale.
Come hanno fatto altre generazioni prima di noi, dobbiamo rifiutare quel futuro. Come disse Martin Luther King in questa stessa occasione molti anni fa, "io rifiuto di accettare la disperazione come risposta finale alle ambiguità della storia. Rifiuto di accettare l'idea che la presente natura umana, che preferisce 'le cose come stanno' ci renda moralmente incapaci di conseguire l'eterno 'dover essere' con cui dobbiamo sempre confrontarci".
E dunque, sforziamoci di conseguire il mondo che deve essere, quella scintilla del divino che ancora brilla in ognuna delle nostre anime. Da qualche parte oggi, qui e adesso, un soldato vede che il nemico ha più potenza di fuoco, ma tiene la posizione per conservare la pace.
Da qualche parte, oggi, in questo mondo, un giovane manifestante sa che il suo governo reagirà con la forza bruta, ma ha il coraggio di continuare a marciare. Da qualche parte, oggi, una madre che deve fare i conti con una straziante miseria trova ancora il tempo per insegnare al suo bambino, che è convinto che in un mondo crudele ci sia ancora spazio per i suoi sogni.
Dobbiamo vivere secondo il loro esempio. Possiamo riconoscere che l'oppressione non sarà mai sconfitta, ma nonostante questo continuare a lottare per la giustizia. Possiamo ammettere che la depravazione è impossibile da sconfiggere, ma nonostante questo continuare a lottare per la dignità. Possiamo essere consapevoli che ci sarà la guerra, e nonostante questo continuare a lottare per la pace. Possiamo farlo, perché questa è la storia del progresso umano, questa è la speranza di tutto il mondo; e in questo momento di sfide dev'essere il nostro compito, qui sulla Terra.

(Traduzione di Fabio Galimberti).

lunedì 14 dicembre 2009

Provincia di Sondrio: la produzione è scesa del 30%, sono a rischio altri 1000 posti

«La produzione è scesa del 30% e il rischio è quello di vedere diminuire in maniera proporzionale anche l'occupazione: a rischio ci sono altri mille posti». Sono evidenti le preoccupazioni dei sindacati per il prossimo futuro del comparto manufatturiero della provincia di Sondrio. Secondo il segretario della Fim-Cisl Mirko Dolzadelli, responsabile del settore industria e artigianato del sindacato di via Bonfadini, il contesto economico e occupazionale della provincia desta forti preoccupazioni anche se da parte di alcuni osservatori si tende a minimizzare il problema.«Il calo delle produzione medio è pari al 30% - sottolinea il sindacalista valchiavennasco -. C'è chi sta meglio, ma purtroppo in altri casi la situazione è drammatica». Il quadro generale, che già presenta un forte calo occupazionale nel settore dell'edilizia e dell'artigianato e dell'industria, è ulteriormente aggravato da nuovi processi di ristrutturazione, dal blocco del turn-over e dalla mancata stabilizzazione dei lavoratori precari. In quest'ultimo caso si tratta di circa mille persone, lavoratori che non fanno notizia visto che sono distribuiti in centinaia di aziende e decine di comuni, ma pagano conseguenze pesantissime. «Sul piano occupazionale la crisi ha fatto degenerare situazioni già critiche e ha presentato conti salatissimi anche per chi aveva avuto una crescita nel 2006 e nel 2007 - aggiunge il segretario dei metalmeccanici di casa Cisl -. Tutti gli effetti positivi del recente passato, gli anni delle assunzioni e delle speranze di crescita, sono stati annullati. Le aziende si stanno ridimensionando con forti riorganizzazioni. Se sommati, i numeri danno cifre estremamente negative. E potrebbe essere soltanto l'inizio: c'è il rischio di perdere un quinto degli addetti dell'industria valtellinese. Dal punto di vista occupazionale il venire meno del 20% dei posti di questo settore rappresenterebbe un problema enorme. I tessili sono stati i primi a fare i conti con la cassa integrazione e adesso sono i primi a essere chiamati ad affrontare la mobilità. C'è il rischio di dovere osservare lo stesso epilogo in altri settori».La Cisl-industria punta sulla mobilitazione territoriale dei tre sindacati per sollecitare con forza le istituzioni e tutti gli attori economici ad attivare politiche efficaci e fissare obiettivi condivisi e ambiziosi, per definire un nuovo modello di sviluppo locale. «A fronte di questa situazione negativa, è necessario un forte impegno per estendere e potenziare gli ammortizzatori sociali che rischiano di essere insufficienti a garantire le necessarie tutele. Occorre estendere i contratti di solidarietà e promuovere la contrattazione aziendale e territoriale incentrata sulla difesa e sullo sviluppo dell'occupazione». In più occasioni le organizzazioni dei lavoratori hanno fatto notare che le opportunità formative non vengono sfruttate dalle imprese. «Chiediamo di potenziare e sviluppare le politiche attive del lavoro, finalizzate alla reale ricollocazione anche attraverso l'utilizzo migliore della dote lavoro. Servono discussioni approfondite, soprattutto sulla formazione. I periodi caratterizzati dall'utilizzo della cassa e da minori carichi di lavoro sono quelli più adatti per l'aggiornamento. Però non bastano interventi legati all'emergenza. Per uscire dalla crisi senza eccessivi contraccolpi sarà fondamentale un impegno comune e prolungato. Non ci possiamo fare illusioni: non basta una nevicata per risolvere i problemi dell'economia valtellinese».
di Stefano Barbusca - La provincia di Sondrio - 10/12/2009

sabato 12 dicembre 2009

Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009? Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. "Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?". "Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...". L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene. In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere. Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?". Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi". Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato. Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...". Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti. Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!". Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro. Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

Pap Khouma

mercoledì 9 dicembre 2009

La democrazia che non va

Oramai si dà per scontato, o quasi, che le democrazie vivono nell'immediato e che non provvedono al futuro, ai bisogni e problemi del futuro. L'altro giorno Angelo Panebianco osservava, per inciso e con la tranquilla placidità dello studioso che registra un fatto ovvio, che «la natura del sistema democratico spinge gli uomini politici a occuparsi solo dei problemi del presente. Le grane che ci arriveranno addosso non possono essere prese in considerazione... La politica democratica non si occupa di prevenzione». Panebianco ha ragione? Per il nostro Paese sicuramente sì; ma sono oramai parecchie le democrazie che sempre più diventano corto-veggenti e imprevidenti. Dal che ricavo che siamo al cospetto di un problema di estrema gravità.
Io non sono mai stato uno strombazzatore leopardiano delle «magnifiche sorti e progressive» che ci sono state promesse dai Sessantottini in poi. Ho però sempre strenuamente difeso la democrazia alla Churchill: che anche la democrazia è un pessimo sistema, «salvo che tutti gli altri sono peggiori ». In quel detto ho sempre fermamente creduto; ma forse oggi va riprecisato. Intanto va precisato che una cosa è la democrazia liberale costruita dal costituzionalismo, e tutt'altra cosa sono le cosiddette democrazie populistiche e «direttistiche» di finto autogoverno che si liberano dell'impaccio del garantismo costituzionale. In questa chiave io distinguo da tempo tra democrazia come demo-protezione (intendi: che protegge il demos dagli abusi di potere) e come demo-potere (che può diventate tutt'altra cosa). Poniamo, in dannatissima ipotesi, che Berlusconi mi voglia cacciare in prigione. Potrebbe farlo? No, perché io sono protetto dal principio dell'habeas corpus (abbi il tuo corpo) che è quel cardine del costituzionalismo che ci tutela dall'incarcerazione illegale e arbitraria. Mettiamo, d'altra parte, che io non voglia essere avvelenato da «polveri sottili» e dal galoppante inquinamento atmosferico, che io non voglia restare senz’acqua perché l'acquedotto pugliese ne perde metà per strada, oppure che Pisa sparisca sott'acqua. In questi e consimili frangenti la democrazia descritta da Panebianco farebbe meglio delle non-democrazie? E' lecito dubitarne.
Le grandi civiltà idrauliche del lontano passato raccontate da Karl Wittfogel furono create con straordinaria perizia e preveggenza dal despotismo orientale; tantissime lacrime e sangue, ma anche straordinari risultati. Il dispotismo illuminato del '700 fu, appunto, «illuminato». Mentre oggi andiamo alla deriva senza nessuna «illuminazione», con occhi che non vogliono vedere e orecchie imbottite di cerume. Il detto churchilliano tiene ancora? Sì e no. Sì, se lo dividiamo in due; no altrimenti. La mia prima tesi è che la democrazia protettiva dell'habeas corpus e del potere controllato da contropoteri, è e resta il migliore dei regimi possibili per la tutela della libertà dei cittadini. La mia seconda tesi è invece che il demopotere populistico e direttistico alla Chavez, e purtroppo ambito da Berlusconi, diventa o può diventare uno dei peggiori sistemi di potere possibili.
di Giovanni Sertori - tratto da "Il Corriere della Sera" del 01/12/2009

domenica 6 dicembre 2009

Immigrati, i dottori non devono segnalare i clandestini

I medici italiani non saranno obbligati a segnalare i clandestini che si rivolgono a loro per essere curati. «Sussiste il divieto di segnalazione da parte dei medici e di tutto il personale del Servizio sanitario nazionale degli stranieri non in regola con le norme sul soggiorno che si rivolgono alle strutture sanitarie». Con questo chiarimento giunto dal ministero dell'Interno con una circolare del 27 novembre, «si è scritta la parola fine su una vicenda a cui l'intera categoria dei medici del Ssn ha dedicato mesi di proteste a colpi di comunicati e manifestazioni», si legge in una nota del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed.
«Siamo molto soddisfatti - ha commentato Carlo Lusenti, segretario nazionale Anaao Assomed - che anche il ministero dell'Interno, a cui ci siamo spesso rivolti negli ultimi mesi, abbia riconosciuto le nostre istanze che si fondavano sugli stessi assunti ora ammessi dalla circolare e cioè che la legge cosiddetta anticrisi non ha abrogato nè modificato il divieto di segnalazione contenuto nella precedente disposizione del 1998». La circolare aggiunge anche un altro elemento molto importante: per l'accesso alle prestazioni della pubblica amministrazione e quindi anche a quelle sanitarie non viene richiesta l'esibizione dei documenti di soggiorno. «Non siamo spie, dicevamo qualche mese fa - conclude Lusenti - e oggi siamo orgogliosi della correttezza della nostra posizione di professionisti che con il nostro impegno e responsabilità quotidiani cerchiamo di garantire a tutte le persone che a noi si rivolgono, indipendentemente dal sesso, dal censo, dal colore della pelle e dalla lingua che parlano la migliore salute e la migliore sanità possibile».
articolo tratto dal Corriere della Sera del 02/12/2009

sabato 5 dicembre 2009

In alto mare

I Diritti non sono migranti.
Problemi, sogni e paure.


In collaborazione con Associazione 3 Febbraio, ACLI Como, ANOLF CISL, ARCI Como, ASPEm, Associazione del Volontariato Comasco-Centro Servizi per il Volontariato, Associazione I Bambini di Ornella, Associazione Trapeiros di Emmaus, CGIL, CISL, CLAS CGIL, Cooperativa Sociale Questa Generazione, Donne in nero, Ecoinformazioni, FIM CISL, FIOM CGIL, IPSIA Como, Istituto di Storia Contemporanea “P. A. Perretta”, La Rosa Bianca, Liceo Scientifico “G.Terragni” di Olgiate Comasco.

con il contributo della
Regione Lombardia - Direzione Generale Culture, Identità e Autonomie della Lombardia
Provincia di Como- Assessorato alla Cultura

10, 12 e 13 dicembre 2009
Spazio Gloria, via Varesina, 72 Como



giovedì 10 dicembre 2009 ore 21.00
Apertura convegno con presentazione e spettacolo inaugurale:
“SERVI” di Marco Rovelli e Renato Sarti con Marco Rovelli e Mohamed Ba
sabato 12 dicembre 2009
mattina dedicata alle scuole ore 9.00 – 13.00
Spettacolo “SOGNI clanDESTINI” della Compagnia Ibuka Amizero
Interventi di:
Severino Proserpio – Associazione I Bambini di Ornella e fondatore del CLAS CGIL
Kossì Komla Ebrì – scrittore
Gabriele Del Grande – giornalista Redattore Sociale
pomeriggio
Rassegna cinematografica Oltre lo Sguardo.
ore 15.30 PANE E CIOCCOLATA di Franco Brusati
ore 17.30 LA GIUSTA DISTANZA di Carlo Mazzacurati
ore 21.00 AMORE CHE VIENI, AMORE CHE VAI di Daniele Costantini
domenica 13 dicembre 2009
mattina ore 10.00 – 13.00
Seminario per persone impegnate nella formazione "Nomadi del presente, cittadini del futuro. Il contributo dell'educazione interculturale alla costruzione della cittadinanza planetaria"
Relatore: Roberto Morselli – Cem Mondialità
pomeriggio ore 14.30 – 18.30
Interventi di:
Chiara Giaccardi, docente di Sociologia della Comunicazione e Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, Associazione Eskenosen
Grazia Villa, presidente nazionale de La Rosa Bianca
Francesco D’Auria - batteria e percussioni, Maurizio Aliffi - chitarra, Simone Mauri - clarinetto basso, Marco Belcastro - voce, organetto e chitarra
Essadia Bissati, Centro Documentazione Almaterra di Torino
Mercedes Frias, unica donna nata all’estero eletta al Parlamento italiano nella passata legislatura
Mons. Angelo Riva, docente teologia Diocesi di Como
Alessandro Dal Lago, sociologo
chiusura ore 18.30 – 19.00
Aperitivo buffet etnico a cura di Cooperativa Sociale Questa Generazione e ACLICHEF

PER INFORMAZIONI
Coordinamento Comasco per la Pace 031-927644 mailto:info@comopace.org___________________________________________________________________________________________

venerdì 4 dicembre 2009

Metalmeccanici: oltre il 94% dice Sì al contratto!

Oltre il 94% degli iscritti a Fim e Uilm ha detto sì all'accordo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici firmato a ottobre senza la Fiom. Alla consultazione hanno votato 287.321 iscritti. Hanno detto sì all'accordo in 268.834 mentre i no sono stati 16.473. Le schede bianche o nulle sono state 2.014. "Si tratta di un risultato importante - afferma Giuseppe Farina, segretario generale della Fim - che mostra l'apprezzamento per il buon lavoro svolto e per un risultato positivo ottenuto nella fase più acuta della crisi economica". "Il numero delle aziende interessate dalla consultazione - aggiunge - sono state 7.897; i lavoratori coinvolti 496.342. Gli iscritti di Fim e Uilm aventi diritto al voto erano 299.797 e tra questi si sono presentati alle assemblee nei luoghi di lavoro in 290.231, mentre 287.321 hanno espresso il loro voto".

giovedì 3 dicembre 2009

Bonus famiglia, riaperti i termini per gli immigrati

La Regione Lombardia ha deciso di applicare la sentenza del Tar della Lombardia, che il 17 luglio scorso aveva dato ragione al ricorso promosso da Cesil di Milano e Anolf di Bergamo, contro la delibera del Pirellone che limitava l'accesso al Bonus famiglia soltanto ai cittadini extracomunitari titolari del permesso di soggiorno Ce di lunga durata (ex carta di soggiorno). Il provvedimento escludeva di fatto i titolari del permesso di soggiorno di durata inferiore ad un anno. Dal 2 al 23 dicembre, dunque, gli sportelli Asl raccoglieranno le domande solamente per coloro che, oltre agli altri requisiti richiesti, sono in possesso di un permesso di soggiorno di durata non inferiore a un anno. Informazioni e dettagli si possono avere presso le sedi Cisl della Lombardia.

La Cisl lancia “Mettiti in giallo contro il razzismo”

Il 10 dicembre prossimo si celebrerà il 61° anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani. In Italia, con la legge 94 (pacchetto sicurezza) e la politica dei respingimenti si sta andando verso l'indebolimento e la non applicazione dei principi affermati nella dichiarazione. Per manifestare il dissenso contro la politica del governo in materia d'immigrazione e riaffermare i diritti fondamentali di ogni essere umano, la Cisl e Anolf della Lombardia si uniscono all’iniziativa lanciata dalle strutture di Varese: "Mettiti in giallo contro il razzismo". I sindacati invitano tutti, nella giornata di giovedì 10 dicembre, ad esporre qualche cosa di giallo alla finestra o al balcone dell’ abitazione, dell’ufficio o del negozio, sul proprio veicolo e/o indossare qualche cosa di giallo. Chi vuole partecipare è invitato a inviare il giorno stesso una mail all’indirizzo io-non-sono-razzista@libero.it, oppure un sms o mms (per chi vuole allegare foto) al 331/1389081 331/1389081 , segnalando di avere esposto o indossato qualche cosa di giallo e di aderire all’iniziativa. L’obiettivo è monitorare quanti, in tutta Italia, hanno partecipato alla giornata "Mettiti in giallo contro il razzismo".

mercoledì 2 dicembre 2009

Nota dell’ANOLF Giovani di 2^ generazione sul tema della riforma sulla cittadinanza Legge 91/92.

Nel 2011 cade il 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed è pertanto una buona occasione per riflettere sul processo avviato nel 1861 e tuttora in corso.
All’epoca l’unificazione consistette essenzialmente nell’annessione di nuovi territori, fino a formare un nuovo Stato. Poi il processo di costruzione della nazione continuò sviluppandosi fino ai giorni nostri, anche attraverso tragedie collettive come la Prima guerra mondiale o momenti di crescita come il “miracolo economico”.
Riconoscere ai giovani figli d’immigrati nati o cresciuti nel nostro Paese il diritto ad essere italiani non solo di fatto, come già avviene, ma anche formalmente, significa capire che il processo di unificazione nazionale oggi continua aggregando non più, nuovi territori, bensì nuovi cittadini.
Sono abitanti di una nuova regione virtuale, una regione che non si trova sulle carte geografiche eppure conta oggi ben 900.00mila abitanti, tanti quanti sono i ragazzi e le ragazze di seconda generazione nati qui o arrivati qui da piccoli. Non sono stranieri, ma lo diventeranno se non saremo abbastanza lungimiranti e generosi da abbattere la barriera invisibile che li separa dai loro coetanei italiani.
Giovani che sono italiani ma che si sentono alieni nel paese dove sono nati e al quale sentono di appartenere senza essere corrisposti, non sono infatti riconosciuti legislativamente dal paese che loro riconoscono senza difficoltà e con molta naturalezza come loro patria. Una procedura per l’acquisto della cittadinanza i cui requisiti sembrano fatti apposta per tenerli il più possibile “fuori”.
Non sono immigrati, non vengono da altri paesi, non hanno attraversato frontiere, loro sono qui fin dall’inizio della loro vita.
Ragazzi che per la maggior parte dei casi non hanno mai visto il paese di origine dei loro genitori, non ne parlano la lingua e molto probabilmente si perderebbero più facilmente nelle vie della città natale del proprio padre piuttosto che a Roma o Milano.
Si tratta di una risorsa tutt’oggi inutilizzata perché discriminata e non valorizzata, una risorsa giovane sulla quale ancora non si è deciso di investire, “un capitale fermo”.
Basterebbe riflettere su come sia più facile diventare cittadini se si è sconosciuti (apolidi o ignoti) piuttosto che nati o cresciuti in Italia condividendo cultura, tradizioni e valori di quell’italianità che ormai vediamo espressa da molte seconde generazioni nella loro quotidianità. Una legge sulla cittadinanza, che oggi come oggi, appare ai nostri occhi ancor più in contraddizione con i cambiamenti che l’Italia sta vivendo.
Basta ascoltare le diverse e numerose testimonianze sulla difficoltà e modalità di acquisizione della cittadinanza. Nel panorama attuale ormai di un’Italia multietnica, sono ancora validi i criteri con cui venne promulgata la legge sulla cittadinanza degli anni 90?
Non è forse giunto il momento di adottare un criterio moderno per la cittadinanza, onde evitare un pericoloso malcontento all’interno delle nuove future generazioni? Perché ormai per la prima generazione è un capitolo a parte, una vicenda ancora più sofferta, molti di loro sono legati ancora ad un permesso di soggiorno. Forse l’unico sollievo per loro sarebbe almeno il riconoscimento dei loro figli.
Il nuovo moderno e strategico impegno delle istituzioni e della politica italiana, deve essere quello di far sentire l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani.
E’ di importanza fondamentale quindi sciogliere il nodo della cittadinanza perché influisce sull’identità delle seconde generazioni che si sentono italiani di fatto, partecipano attivamente e lealmente alla vita collettiva, fanno propri i valori della Repubblica, ne condividono gli obbiettivi di fondo della nostra società e ne contribuiscono alla loro realizzazione, mentre a livello “burocratico” italiani non lo sono.
E’ indispensabile nell’interesse sia loro sia dell’intera comunità nazionale che ci sia il massimo di coincidenza fra la loro cittadinanza sostanziale e la cittadinanza formale.
Il nostro sistema giuridico non può e non deve permettersi a lungo di lasciare che i figli d’immigrati nati e cresciuti in Italia vivano in un limbo fino all’età di 18 anni, provocando un divario tra cittadinanza di fatto e quella di diritto. Dobbiamo comprendere che il concetto di cittadinanza non può essere collegato ancora solamente ad una matrice biologica.
E’ necessaria, quindi, la riforma della legge sulla cittadinanza perché sia più aperta nei confronti delle seconde generazioni. L’accesso alla cittadinanza è l’unica via che consente ai figli d’immigrati di essere realmente considerati alla pari e uguali nei diritti e nei doveri e ritrovarsi appieno nei valori della Carta Costituzionale, evitando il rischio che molti ragazzi di origine straniera si trovino vuoti di valori e che possano facilmente essere coinvolti in pericolosi estremismi politici e religiosi.
Non a caso tre anni fa, grazie alla dirigenza dell’Anolf e della Cisl abbiamo costituito l’Anolf Giovani di 2^ generazione in un luogo importante, storico, quale il Centro studi Cisl di Firenze; con lo scopo di dare rappresentanza, partecipazione e aggregazione a questi giovani, coinvolgendoli nella complessa vita dell’associazionismo e del sindacato.
Ragazzi che nella loro carta d’identità sotto la voce nazionalità non hanno scritto solo il paese di provenienza (origine albanese,marocchina, cinese ecc…) ma anche “cislini”. Si, “cislini” , perché questi ragazzi sono orgogliosi di far parte di questa grande Organizzazione, assimilandone i valori di cui è sempre stata portatrice.
Chi non ha la cittadinanza italiana ha ad esempio difficoltà di accesso agli ordini professionali, non può votare, non può partecipare al servizio civile volontario nazionale (strumento formativo importante di ausilio sociale e civile) e se dipende da un permesso di soggiorno per motivo di studio o lavoro, ha continui limiti di spostamento visti i tempi lunghi d’attesa dei rinnovi.
Difficoltà che li rendono cittadini si serie B rispetto ai loro coetanei con cittadinanza italiana, come figliastri o addirittura come parti estranee alla società, degli sconosciuti in territori dove sono cresciuti e dove diventano adulti, dei “giovani italiani con il permesso di soggiorno”.
C’è già una proposta bipartisan di legge la Sarubbi-Granata, ma occorre una spinta popolare, dal basso, per poter raggiungere questo obbiettivo.
Purtroppo molte seconde generazioni vivono legati ad una ricevuta di permesso di soggiorno, con il terrore, il dubbio che non venga rinnovato e di tornare al paese di origine dei genitori con l’introduzione della nuova legge sul reato di clandestinità.
L’ANOLF più volte ha affermato, ieri come oggi, che introdurre il reato di clandestinità avrebbe solo acuito i problemi esistenti creandone certamente di nuovi.
In più occasioni abbiamo espresso forte preoccupazione sul “Pacchetto sicurezza”,questo non solo perché contiene norme molto probabilmente anticostituzionali ma perché discrimina fortemente gli immigrati accentuando, inoltre, le disuguaglianze con i cittadini italiani.
Non può passare l’idea che gli immigrati sono buoni di giorno quando lavorano e vanno nascosti di notte. Questa retorica sulla sicurezza e delle frontiere socchiuse, aperti solo a chi mi serve, è non solo ipocrita ma soprattutto dannosa, in quanto di fatto ostacola qualunque tentativo di integrazione e incrementa il senso di alienazione degli immigrati in Italia.
Del resto anche se sono sparite le norme che permettevano ai medici di denunciare chi si cura negli ospedali e l’obbligo di richiedere il permesso di soggiorno a chi iscrive i figli a scuola, divenendo la clandestinità un reato c’è il rischio che in tutte le altre situazioni si scateni una corsa alle denunce: anche chi non tollera la badante irregolare del vicino potrebbe ad esempio rivolgersi alle autorità creando così un vero e propria clima di sospetto, di indifferenza che è più devastante di un insulto o un pestaggio; sono forme subdole e silenziose che avvelenano gli animi, creano disillusioni, producono rinunce. Infatti tranne che negli ospedali e nelle scuole, il permesso di soggiorno diventa indispensabile per accedere ai servizi pubblici per tutti gli atti di stato civile.
Pensate agli 8.000 minori non accompagnati e le conseguenze che questa legge subdola e irreale possa avere nei loro confronti. Con la già nota difficoltà per la conversione del permesso di soggiorno da minore età a lavoro o studio compiuti i 18 anni.
Al di là di tutte queste difficoltà mi rendo conto che un processo di legittimazione culturale è in atto ma quello che ci deve preoccupare di più è questa ondata di razzismo e di paura nei confronti del diverso che si alimenta tra le persone e nei salotti delle tv.
L’Italia ha le potenzialità, il dovere e l’obbligo morale di saper guardare al di fuori del proprio recinto, deve essere più consapevole e si deve riconoscere in tutti i suoi figli, indipendentemente dalle loro origini.
Noi giovani dell’Anolf auspichiamo che una legge sulla cittadinanza venga approvata dal legislatore il più presto possibile nell’ambito di questa legislatura senza vaghe promesse.
Riteniamo che le singole idee da parte di politici o ministri sull’acquisizione di una cittadinanza legata sottoforma di punteggi o accordi di integrazione tendono solo a mettere confusione e a ritardare i tempi.
A nostro avviso è giusto sostenere la proposta bipartisan. Siamo sicuri che l’ANOLF e la CISL tutta porteranno queste istanze in tutta Italia, in tutte le sue sedi. Perché c’è bisogno di avvicinare le persone su questi temi, informarle, non con demagogia ma con responsabilità.
Quella responsabilità che ha sempre contraddistinto la nostra Organizzazione.

Maruan Oussaifi
Responsabile Nazionale Anolf Giovani di 2^ generazione
VicePresidente Anolf Nazionale
Via Salaria,n.89

martedì 1 dicembre 2009

Raccolta firme per un fisco più equo

In Italia lavoratori e pensionati pagano il 90% delle tasse sul reddito incassate dallo Stato. L’evasione e l’elusione fiscale sono ancora un sistema troppo diffuso, che crea ingiustizia sociale, non permette di avere le risorse adeguate per un taglio delle tasse dei lavoratori e pensionati e per un aumento delle prestazioni sociali. I sottoscritti chiedono che, a partire dalla discussione della legge finanziaria in corso in Parlamento, vengano reintrodotte le norme che garantiscano la tracciabilità di tutti i pagamenti, compresi i compensi professionali, attraverso l’obbligo di riscossione dei compensi mediante strumenti finanziari tracciabili (assegni non trasferibili, bonifici, altre modalità di pagamento bancario o postale, sistemi di pagamento elettronico).
Un intervento fiscale in direzione dell’equità e a sostegno della ripresa non è più rinviabile ed è indispensabile per sostenere una ripresa più giusta in Italia.
I lavoratori e i pensionati chiedono al Governo di concertare da subito con le parti sociali primi urgenti interventi in favore della famiglia e dei redditi bassi, intervenendo su quoziente familiare, recupero fiscale per gli incapienti, aumenti delle esenzioni fiscali nazionali e locali per i redditi più bassi.
Link per fimare la petizione:http://www.lombardia.cisl.it/firmefisco.asp

"Figlio mio, lascia questo Paese"

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in
tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con
amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui
sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro
che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti
questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti
conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai
risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea
che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una
Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e
di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di
carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di
clan, familistica: poco fa la differenza.
Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse
qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande
manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui,
per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai
suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni
volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non
arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una
compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata
privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a
dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.
Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai
nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con
un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede
imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono
ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari
critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare
per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto
superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare
all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.
Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la
strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento
del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti
prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a
patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.
Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo
fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che
dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel
mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello
che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero,
che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non
gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o
rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.
Preparati comunque a soffrire.
Con affetto,
tuo padre
Pier Luigi Celli*
* direttore generale della LUISS - articolo tratto da Repubblica