La Costituzione della Repubblica Italiana recita: articolo 1 –“ L’Italia è una
Repubblica democratica, fondata sul lavoro(..)”; articolo 4 : “La Repubblica
riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano
effettivo questo diritto(…)”; articolo 9: ”La Repubblica promuove lo sviluppo della
cultura e della ricerca scientifica e tecnica tutela il paesaggio e il patrimonio
artistico della nazione”; articolo 34 : “ la scuola è aperta a tutti (…) i capaci e i
meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli
studi…etc.etc.
Non ci vuole molto per capire come, nella sintesi politica e culturale del dettato
costituzionale, i nostri padri costituenti avevano delineato i tratti di un Paese
nuovo, moderno, democratico, che facesse ovviamente del lavoro, della ricerca,
della formazione, della valorizzazione del proprio patrimonio culturale e
ambientale le basi sulle quali edificare la ricostruzione e lo sviluppo della nazione
nel benessere, valorizzando tradizioni ed identità nell’innovazione.
Chi governa, oggi, questo Paese, gran parte della cosiddetta “classe dirigente” e
con essa i cittadini, risultano del tutto appiattiti su una logica che vive nella
mediocrità del quotidiano, senza sogni e slanci per il futuro, perdendo di vista il
solco tracciato dal patto costituzionale.
Una società in cui padri e madri non vogliono invecchiare e ripiegati su sé stessi
hanno perso il senso antropologico e pedagogico del loro ruolo, svilendo il
rapporto con i figli ridotti ad appendici del contesto familiare. Bonsai o cloni,
appesi al cordone ombelicale familiare dal quale traggono successo, lavoro,
conoscenza se la famiglia appartiene alla fortunata elite; disoccupazione,
povertà, stenti, ignoranza se provengono da famiglie di poveri cristi.
In questo contesto penosamente malato di “presentismo”, è chiaro che la logica
dell’emergenza è l’unica che fa innalzare la media della quotidianità e così,
l’ordinario diviene emergenza, il diritto favore, il definitivo provvisorio, con tutte le
devianze del caso.
Per questo è suggestivo e grottesco che si continui a parlare di emergenza
occupazione, di stallo dell’economia, di crisi, senza aprire un serio dibattito sulle
cause essenziali, intime, di questo stato delle cose, tornado a interrogarci sul senso
del vivere sociale, sul valore del lavoro, sul ruolo fondamentale delle relazioni e
della costruzione del nostro avvenire.
La situazione di stallo della nostra economia e della nostra democrazia è in effetti
dovuta all’eclissi di una visione-guida in grado di coniugare strategie di
valorizzazione del proprio patrimonio culturale-storico–ambientale e di tutte quelle
energie positive che sono alla base delle migliori produzioni artigianali e industriali
del Paese, vanto e promozione dell’Italia nel mondo.
Invece nel corso degli ultimi 30 anni pezzo a pezzo sono stati, di fatto, smantellati
senza alcuna strategia di “sviluppo” alternativa, interi segmenti dell’industria
italiana, dall’elettronica alla chimica, per passare alla meccanica e al settore
energetico. Uno spezzatino senza eguali che ha lasciato solo brandelli di industria
privi di autonomia e di capacità di crescita. Intere porzioni di territorio nazionale
sono state avvolte senza scrupolo alcuno, in una colata di cemento,
“consumando e sprecando” una delle maggiori risorse Italiane: il paesaggio. La
ricerca, lo studio sono bistrattati, scherniti e umiliati dalle misere risorse messe a
disposizione dallo Stato come pigra elemosina per zittire la propria coscienza.
In questo stato di cose, il Paese vivacchia tra un talk show televisivo, uno scandalo
a luci rosse e truffe milionarie. Ma il velo di scenografico benessere comincia ad
erodersi, l’abile vomitato sui mercati dalla finanza mondiale, il crac finanziario, ci
ha mostrato la nostra nudità.
La bulimica ondata di dati sulle chiusure di fabbriche, di attività commerciali, della
crescita della disoccupazione sta mettendo infatti a dura prova non solo la tenuta
dell’economia, ma anche la coesione sociale del Paese.
D’altra parte, aver lasciato il controllo del sistema economico al solo mercato ha
significato alla fine, la conduzione della società come accessoria rispetto al
mercato. Non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i
rapporti sociali ad essere inseriti nell’economia. Una trasformazione quest’ultima
socio-antropologica, di cui uno degli indicatori del cambiamento è stata la
graduale ma costante diminuzione del risparmi delle famiglie a fronte del
consumo “rateizzato” (mutui) , ingrediente base dell’attuale crisi.
Licenziamenti, cassa integrazione e mobilità, ci schiacciano drammaticamente
sulla quotidiana realtà dell’emergenza inibendo i nostri sensi e quella necessaria
lucidità per capire dove andare e cosa fare, si continua così a ciurlare nel manico
sperando nella Provvidenza. L’uscita qualche giorno fa dei dati ISTAT sulla
disoccupazione giovanile ha fatto cavalcare l’onda mediatica dei dati, tutti
gridavano all’allarme: “oramai è emergenza” “bisogna intervenire subito”, come
se il problema fosse comparso on-off dall’oggi al domani. Sbigottiti e stupiti, come
se rispetto a tre mesi fa la situazione della disoccupazione giovanile fosse
diventata drammaticamente preoccupante. In realtà la situazione
dell’occupazione giovanile era già abbastanza grave tre mesi fa, come lo era 6
mesi fa e un anno fa, ma nessuno, se non solo quando c’è la risonanza mediatica
sull’evento, prende seriamente posizione facendo proposte strutturali che
ovviamente richiederebbero tempo, impegno e poca visibilità nell’immediato per
provare a risolvere o arginare il problema.
Continuare a ragionare come oggi si fa, solo sull’intervento “pezza” senza
immaginare e programmare di acquistare un abito nuovo, ci porterà
inevitabilmente a rimanere presto in braghe da tela. Per questo dobbiamo
riappropriarci delle “ovvietà mancate ” che i nostri Padri costituenti avevano
indicato come capisaldi della crescita e del bene comune, per ridare speranza e
futuro al nostro Paese.
Augusto Bisegna
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